
"Nel mondo stanno accadendo cose incredibili" diceva ad Ursula "A portata
di mano, sull'altra riva del fiume, c'è ogni sorta di apparecchiatura magica,
e noi continuiamo a vivere come gli asini"
Gabriel Garcìa Màrquez
(Cent'anni
di Solitudine)

Elvis Perkins
Ash Wednesday
[2007]

[>] Arrow
[>] Blablablaura
[>] Corrente di Ali
[>] Correnti Zingare
[>] Fatabugiarda
[>] LilacWine
[>] Loti
[>] Opinioni di un Clown
[>] Sabrina

oggi
gennaio 2008
dicembre 2007
novembre 2007
ottobre 2007
settembre 2007
novembre 2006
ottobre 2006
settembre 2006
giugno 2006
maggio 2006
aprile 2006
marzo 2006
febbraio 2006
gennaio 2006
dicembre 2005
novembre 2005
ottobre 2005
settembre 2005
agosto 2005
luglio 2005
giugno 2005
maggio 2005
aprile 2005
febbraio 2005
gennaio 2005
dicembre 2004
novembre 2004
ottobre 2004
settembre 2004
agosto 2004
luglio 2004
giugno 2004
maggio 2004
In my early years I hid my tears and passed my days alone, adrift on an
ocean of loneliness, my dreams like nets were thrown to catch the love that I'd
heard of in books, and films, and songs. Now there's a world of illusion and
fantasy in the place where the real world belongs"
Jackson Browne
(Farther On)
"Se voi che possedete le cose necessarie alla gente riusciste a capire, potreste salvarvi. Se riusciste a separare le cause dagli effetti, sapere che Paine, Marx, Jefferson e Lenin erano effetti, non cause, potreste sopravvivere. Ma non potete capirlo, perché l'atto del possedere vi congela per sempre nell'Io, e vi esclude per sempre dal Noi."
John Steinbeck
(The Grapes of Wrath)
Traduzione di Wu Ming 1

msn
lateforthesky@hotmail.it

Laremig in si tu disais
Fatabugiarda in amore nel pomeriggio

visitato *loading* volte
Trovare poesia in città non è affatto difficile, forse solo un po' complicato. Lungo viale Marconi stasera c'era traffico, e confusione. Proprio al centro di tutto questo, galleggiava la sagoma illuminata di una cabina per i vigili urbani, di quelle disseminate per tutta Roma. All'interno, illuminate di neon verde pallido, la figura di un uomo e quella di una donna, intenti a ridere come se si conoscessero molto bene. Poi un gesto come una carezza per scostare i capelli di lei, che sorridendo alza la mano per sfiorarsi la guancia, proprio vicino la mano di lui. Come a volerla accarezzare, senza averne il coraggio. Come a dire che non è il caso, che non si può. Lì incantati in un riparo di vetro, nascosti al mondo dalla fretta del rientro, sotto quella luce come in Nighthawks di Hopper.
Mi ha colpito, questa evasione, così improbabile, così dolce. Mi ha ricordato l'amore, l'unica certezza, l'unica cosa ferma, in mezzo allo scorrere distratto e incurante; lì immobile, lì al bordo di una città sul punto di svanire man mano che arriva la sera.
postato da latesky alle 03:36 | link | commenti (10)
Per quanto mi sforzi di ammettere il contrario, la parte difficile dei fiori, è cercare di proteggere la fragilità della pianta. Sarà per questo che, una volta sbocciati, scampati a troppe cose grazie alla sola delicatezza delle cure, sono pochi quelli realmente brutti. I fiori sul davanzale - adesso - io non lo so proprio come siano. Se belli, brutti, insignificanti. Non lo so.
Osservo ogni giorno l'erba rigata delle colline, uscendo sulla strada. Sembra esattamente la copertina di quel disco dei Girls in Hawaii che ho ascoltato e riascoltato come cura per l'amarezza. Per un attimo mi ricorda quanto tempo è passato, poi fingo che spostare lo sguardo, girare la curva, equivalga a cancellarlo, seppure momentaneamente. Alzo il volume, stringendo il volante un po' più forte. Il sole a quell'ora fa sempre troppi riflessi sul parabrezza. Non lo so, giuro, se è per quello che mi viene da stringere gli occhi. Non lo so.
E poi succede una cosa che mi fa stare bene. Inizio a ingoiare tutto cantando mentre la velocità della campagna si dilata sfilacciandosi ai bordi dei finestrini, mentre in secondo piano tutto si muove più lento e sereno; ancora più lontane, le curve di altre colline scivolano rallentate sul cielo sereno che fa da sfondo. Sono sopravvissuto. E' abbastanza per adesso. Questo sì. Questo lo so.
With a sky blue sky / This rotten time / Wouldn’t seem so bad to me now
Oh, I didn’t die / I should be satisfied / I survived/ that's good enough for now
postato da latesky alle 02:37 | link | commenti (4)
Sarebbe bello, lasciar scomparire le pareti sbiadite di quella stanza, restare proprio al centro del suo tappeto impolverato, chiudere gli occhi e concedere al tempo il privilegio di scorrere a nostra insaputa. Seguire, senza vederle né tenerle, le mani in un abisso di idee prive di istruzioni per il montaggio, al solo scopo di procedere senza forzature; inanellare una ad una le intuizioni, una volta trovata soluzione ad ogni loro circolare rincorrersi. Quattro corde di viola contro il mondo, improbabili come la certezza. Così avanti, fino al risveglio. Fino al primo sorriso della giornata.
on air: Elliott Smith - Thirteen
postato da latesky alle 02:43 | link | commenti (5)
Come in attesa di un sospiro più forte. Questo velo che separa le emozioni dalla vita attraverso i giorni sembra sul punto di svanire. Ma allora che ragione mi resta, per continuare a trattenere così il respiro?
on air: Francoiz Breut - Je Ne Veux Pas Quitter
postato da latesky alle 02:27 | link | commenti (3)
Non sono mai stato bravo a rendermi conto di come e quanto in fretta le emozioni mutino. Quanto ristretto, a volte, possa essere il margine che ci viene concesso per assaporarle.
Dopo troppi giorni di inverno ti abitui all'idea del freddo. E a quel punto ti entra dentro, anche se smetti di sentirlo, e ti addormenta. Piano, senza scossoni, ti secca il cuore, ti scava lo stomaco come certi tronchi d'albero, lascia evaporare pensieri, sensazioni, a volte persino ricordi. Ti riempie di neve.
Osservo le dita, le mie, muoversi intorpidite, e penso a quel dolore sottile che non tarda mai a svegliarsi insieme ai pensieri. Mi mette dentro troppe cose insieme, per riuscire a capirle una per una. Si alternano a ritmi che certi giorni mi spaventano. Malgrado tutto, però, malgrado tutte queste inquietudini, queste ansie, malgrado tutta l'impazienza di occupare di nuovo questo letto di fiume, malgrado il dolore che si insinua dietro ogni piccolo nuovo movimento, ho finito di scivolare. Le mani che osservo, per rialzarmi, sono solo le mie, e sebbene facciano ancora fatica a trovare i tasti giusti, quello che realmente mi va di ascoltare, è ogni singolo istante di questa musica ancora troppo esitante, da cui parte la mia voglia di tornare a scorrere verso qualche altro mare.
on air: Alexi Murdoch - Song for You
postato da latesky alle 04:09 | link | commenti (6)
Scatoloni ordinari, due note con il pennarello scuro sopra, un velo di polvere a sigillo del tempo trascorso. Le soffitte mi piacciono perché - quando le visiti con l'idea di andare a caccia di ricordi - si capisce, che stai entrando con il fare di uno che ha appena trovato un tempio e si appresta a profanarlo.
Scatoloni ordinari, pronti a strapparti via lo stomaco. Hanno una capacità di radicarsi dentro, i ricordi, che lascia storditi. Apri un normalissimo involucro di cartone, e improvvisamente la versione sbiadita della vita trascorsa, quella che non hai portato in soffitta, quella che hai lasciato dentro di te, centuplica i dettagli, riprende colore, forma, odore, volume: vita ad orologeria pronta a riesploderti dentro.
Magari se lo ricordano in pochi - quelli che erano ragazzini negli anni 80 - il vecchio NES, il Nintendo 8 bit, quella scatola da scarpe elettrica, sì. Che roba da nerd, lo so. Io ne avevo uno. Con mio fratello ci passavamo i pomeriggi. E con gli amici del liceo, dopo matematica collettiva. A guardarlo oggi fa uno strano effetto. La grafica di quei giochini scemi, a guardarla oggi, fa sorridere. Eppure ha quel maledetto fascino legato ai ricordi, così dannatamente anni 80, con quei suoi suoni elettronici, che nella mia testa sono un po' la colonna sonora di un'era.
Chernobyl, i missili libici puntati verso la sicilia, le prime feste, casa keaton, la guerra fredda, il crollo del muro e dell'unione sovietica, la presunta fine della guerra fredda, la prima guerra in iraq, lo scandalo della sanità, il crollo della prima repubblica, la mia testa completamente persa per la mia compagna di banco. La mia prima chitarra. Tutto lì: cose sentite al tg della sera, quando avevi appena spento quella scatolina magica a 8 bit. In alcuni giochi si vede ancora un mondo che non esiste più: niente più nazionale jugoslava, niente torri gemelle, niente urss. Fa davvero uno strano effetto, raccapricciante, come la sigla di twin peaks.
Lo abbiamo tirato fuori. Lo abbiamo pulito, sistemato accanto al televisore, collegato. Lo abbiamo acceso. Ha ricambiato regalandoci una domenica insolita. Io e mio fratello, a trent'anni suonati, ad urlare, davanti a un televisore. Due perfetti imbecilli, a ridere e imprecare, ad alternarsi - un turno a testa! - a saltare come scimmie, ripetendo le stesse frasi, gli stessi gesti. Ritrovando gli stessi rituali seppelliti in soffitta per più di quindici anni.
Le soffitte mi piacciono. Per quell'alone di sacralità che donano loro i ricordi. O per l'opportunità di ridere fino quasi a piangere in una domenica qualsiasi, mentre guardi tuo fratello corrucciare la bocca nello stesso identico modo anche oggi, e poi esultare: ce l'ho fatta!
Ce l'abbiamo fatta entrambe. Sì.
postato da latesky alle 02:23 | link | commenti (4)
C'è una porzione di campagna, che si inquadra nel parabrezza al momento di imboccare la strada che percorro tutti i giorni per tornare a casa. Oggi oscillava verde e solitaria di alberi abbandonati all'immensità delle distanze. Il cielo grigio scuro e l'aria nonostante tutto trasparente, come sfondo, mi hanno messo addosso una voglia incredibile di viaggiare di nuovo. Prendere e dirigersi verso nord.
Giorni fa il postino mi ha consegnato un pacco contenente il tè ordinato da un negozio in cui lo compravo quando ero a Brugge e improvvisamente i giorni hanno preso a colorarsi di odori familiari. Qualcosa si muove dentro, scalpita, ha voglia di andare ovunque. Tra un brivido e l'altro, mandando giù sorsi ad occhi chiusi, ho intravisto quel giorno, seduti su una panchina sotto il campanile, mentre tutt'attorno scendeva una pioggia leggera e silenziosa. Noi, lì, bagnati dalla testa ai piedi, seduti sulla panchina di una piazza vuota.
Cambiano i compagni di viaggio, a volte, e per tratti si percorre la strada da soli. Mi fa piacere, sapere che dopotutto, esistono attimi in fondo al riflesso di una tazza di tè bollente, o parole che dopo anni diventano canzoni. I prossimi pomeriggi passeranno nel tentativo di registrare proprio quella scritta pensando a quel giorno; sarà divertente tentare di catturare esattamente l'alone di un ricordo. Fissarlo dentro, senza trascurare i dettagli ai bordi, che vibrano impazienti.
Come quei colori che sento dopo anni muoversi a margine di me, in questa piccola e silenziosa rinascita fuori stagione.
on air: Françoiz Breut - Km 83
postato da latesky alle 04:06 | link | commenti (3)
Ci sono giorni in cui sento come la pressione di mille idee impazienti di venir fuori. Sto tutto il giorno così, con quest'impressione sospesa tra lo stomaco e il petto, cercando di trovare il modo giusto perché possano farsi strada. E' una sensazione particolare, ti lascia inquieto, ti mette addosso come un'urgenza creativa, come se avessi dentro, tutto da scrivere, il libro migliore, o le pennellate più incredibili di un quadro, le note che sanno mettere i brividi. Il refrain più azzeccato, la frase più ad effetto. Soprattutto, l'immagine più onesta di quello che conservi dentro, quando spegni la luce e sei al buio la notte.
Ci sono giorni in cui capisco che avere un mondo dentro e voglia di mostrarlo, è una questione complicata, che necessita attenzione e cura, verso sé stessi, verso il mondo e i piccoli dettagli mai trascurabili. Una questione di impegno e costanza. Pazienza, sapienza. Equilibrio.
Tirarle fuori è tanto delicato quanto pensarle. Imparare a riconoscerle è la cosa più difficile. Perché non basta sentirle solamente, avere la certezza che esistono dal fatto che me le sento fremere inquiete dentro.
Dar forma ad un'inquietudine è qualcosa di maledettamente complicato.
Ci sono giorni in cui quell'inquietudine mi resta dentro, e non c'è altro da fare che abbandonarsi all'idea di conservarla per quando sarà il momento. Dato che c'è sempre un modo e c'è sempre un momento per ogni cosa. Oggi era un giorno di questi.
Malgrado la frustrazione di aver temporaneamente perso i contatti con me stesso, di esser rimasto con qualcosa di inespresso - di inesploso - dentro, ho trovato il modo di abbandonarmi, se non altro, all'impulso di sfuggire alla solita strada di ritorno verso casa. Al solito semaforo ho svoltato in una direzione diversa, solo per soddisfare la curiosità di vedere dove finisce una delle tante strade che sfioro ogni giorno, percorrendo la distanza che ormai conosco a memoria, tra la solita partenza e il solito arrivo.
Ci sono giorni che sbagliare apposta strada riesce a regalarti i momenti di serenità sperati. Sarà che ogni nuova strada ha il suo fascino. Sarà che quella che ho percorso stasera per tornare a casa si perdeva nella campagna in totale desolazione, allungando di molto il tragitto. Sarà il cielo in queste sere di foglie e vento. E freddo. Il colore dei campi verdi di rinascita, contro il velo dorato del tramonto. Sarà la certezza che, prima o poi, ogni fiume trova il suo mare.
Sarà che avere l'impressione di essermi smarrito in un posto inaspettatamente bello, con la canzone giusta a tenermi compagnia, mi piace troppo. Almeno stasera.
Lo-fi Tennessee mountain angel
come back to me
Met you in a bar when I was drinking
You stood next to me
You say you wanna play country
But you're in a punk rock band
You say you wanna play country
But you're in a punk rock bank
I didn't know you then
I didn't know you then
I didn't know you then
I didn't know you then
on air: Whiskeytown - Lo-Fi Tennessee Mountain Angel
postato da latesky alle 02:40 | link | commenti (1)
Va bene. Va bene. E se non fosse che ogni tanto una bella serata, come quella di ieri - e non si dica che è stato il vino - ti ricorda che è molto meglio ridere, che avere nostalgia;
se non fosse che a volte c'è bisogno proprio di sentirsi dire le cose che si sanno, per avere più l'impressione che siano vere;
se non fosse così bello, poter dire grazie, perché qualcuno ti porge la mano sia per accompagnarti fuori da una brutta sensazione, sia per mollarti un ceffone, nel caso in cui tu non lo voglia capire subito;
se non fosse che ogni tanto bisogna fermarsi e decidere di tracciare quella linea da cui iniziare daccapo tutto, lasciandosi alle spalle quello che si deve, non solo quello che si può;
se non fosse che io tendo ad ignorare le cose che potrei essere, per le cose che non vorrei essere e che mio malgrado divento a forza di temere:
per tutto questo, io, qui, stasera,
dopo aver visto quattro volte (da solo, ma va bene anche così) morire Moliere in un teatro strapieno di sconosciuti;
dopo aver visto amici metterci il cuore, ridere, far ridere e commuovere un teatro pieno di sconosciuti più il sottoscritto (sempre da solo, sempre bene), il quale - tra l'altro - ha potuto constatare ben quattro resurrezioni del suddetto Moliere giusto in tempo per la cena dopo lo spettacolo;
dopo aver compreso che forse anche se muoiono, alcune cose non muoiono - come sono sopravvissute - invano;
dopo esser stato preso abbastanza per mano e abbastanza poco a ceffoni;
dopo anni di comprovata, assoluta, incapacità nel gioco della campana e qualsiasi altro gioco che prevedesse l'uso di marciapiedi, gessetti, linee e quant'altro;
dopo aver viaggiato abbastanza, o solo abbastanza bene, da capire che viaggiare leggeri è l'unico modo per volare;
dopo essermi visto, senza riconoscermi, con occhi presi in prestito a fin di bene;
per tutto questo, io, qui, ora, quella linea provo a tracciarla sul serio.
on air: Okkervil River - No Key, No Plan
postato da latesky alle 02:58 | link | commenti (5)
Mi capita spesso di pensare per un attimo a cose che preferirei non scrivere mai più. Mi capita di aver voglia di scriverle come se parlassi a qualcuno: ad un amico, ad uno sconosciuto qualsiasi, a te. Mi piacerebbe, è vero, continuare nell'errore di scambiare uno sfogo per una confidenza.
Mi piacerebbe parlare di quello che mi passa dentro, come se te lo stessi raccontando. Avendo la certezza che tu, leggendolo, abbia già in parte l'idea di ciò che potrei dire, nel raccontarti di quanto era bello il cielo stamattina, freddo e affilato di nuvole sottili contro lo sfondo argento. Degli aerei che passavano dietro la linea degli alberi sulla collina, e la copertura tonda del fienile che si vede dalla finestra del mio ufficio silenzioso e solitario. Del treno, che si sente quando c'è il vento nella direzione giusta.
Della voglia di avere il posto accanto al mio occupato dal tuo sorriso, quando venerdì sera sono uscito da solo per andare a teatro, infilandomi in tasca un biglietto strappato neanche in due parti - ironia del caso. Un unico, intero, biglietto lacerato di lato, e piegato a metà. Come questa voglia di trattenere anche stavolta tutte le cose che mi piacerebbe raccontarti, se mai questo potesse essere il discorso sulla strada per tornare a casa dopo una serata che vale la pena ricordare.
Di una canzone che mi fa venire improvvisamente voglia di piangere, come quando dal nulla si mette a piovere in mezzo al deserto. Di chi sono io, adesso. Dei dubbi che ho, di un consiglio che ti chiederei su quale nota o accordo sia meglio aggiungere, anche solo per vedere che faccia fai mentre canticchi l'idea che ti passa per la mente, vergognandoti un po'. O il naso rosso che ti viene, quando fa freddo come fa freddo oggi.
Di come preferirei aver voglia di dimenticare questa voglia, senza lasciare andare tutto quello che conservo di te. E in cui ti ricordo.
on air: Calexico - Woven Birds
postato da latesky alle 02:11 | link | commenti (6)